I Momix.
È come svegliarsi di continuo da un sogno.
L'illusione di osservare un acquario dove fluttuano meduse blu per poi scoprire, con rammmarico, che sono braccia.
O un bocciolo di un fiore.
O un ragno. Un'ombra di una mano. L'illusione dell'ombra della mano. L'illusione dell'ombra della mano che disegna un ragno.
Una mano o due mani?
Ogni volta che la tenda rossa si chiude, ti desti, capisci che sei seduto in una poltrona rossa di velluto, a teatro.
La tenda si riapre e tu sprofondi in uno spazio parallelo.
Gli occhi e le orecchie hanno fili invisibili che ti trascinano sul palco, s'impossessano della tua mente e la lasciano inebetita lì ad assorbire emozioni.
La mente osserva.
Dico la mente perché il corpo dello spettatore è lì abbandonato sulla poltrona, come un vestito dismesso dopo una giornata fuori casa.
La mente invece fluttua.
I corpi non sono corpi eppure lo sono.
Riconosci gambe e braccia ma poi si trasformano in altro che subito non riesci a definire e solo dopo qualche secondo di ritardo lo cogli.
Quei pochi secondi ti sono fatali: nel momento in cui capisci e definisci una forma o un oggetto è troppo tardi.
Definendo l'immagine concreta, che in genere appartiene al mondo naturale , sei stato trascinato nel tunnel del sogno.
Il fondo nero del palco è suggestione fin troppo reale.
E sei entrato nel tunnel, sei mente anestetizzata con luci e ombre, trucchi atavici dell'illusione scenica, qui rivisitati di neon e psichedelia.
Blu elettrico. Giallo neon. Bianco fibra ottica.
La musica subdola s'incastra, s'insinua fa leva e accoglie ogni singolo gesto o l'illusione di un gesto di un corpo. O forse due.
Davvero l'incastro della musica con la rappresentazione è notevole.
Non sto a lodare la performance perfetta dei ballerini (atleti? attori? circensi?) ma l'incastro delle diverse parti.
Lodo l'incastro della musica elettronica nella psichedelia onirica del gesto atletico.
Beh.
Ieri sono andata a teatro a vedere i Momix.
Mi son piaciuti.
Ma non riesco a descriverli.
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